Cesare Angelini poeta e letterato
Così ha descritto la collina di San Colombano
in "Questa mia Bassa (e altre terre)"
CESARE ANGELINI, letteratura italiana

[Albuzzano (Pavia) 1886, Pavia 1976]

 

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Pittoresco e d'inventiva locale è il termine collettivo col quale i banini chiamano il gruppo dei colli prospicienti il loro borgo e le sue vie simmetriche e parrocchiali: la collada, come a dire: il mucchio dei colli. I quali, sorgendo in un'esile orografia tra il corso del Po e quello del Lambro dove il pavese confina col lodigiano, sono un residuo di terrazzo separato dai preappennini da alluvioni plioceniche o quaternarie.

Che qui, al tempo dei tempi, giungesse il mare, l'affermano geologi gloriosissimi quali lo Stoppani e il Taramelli; soprattutto il Taramelli, che nella Descrizione geologica di Pavia lo prova per la presenza di sabbie ocracee, di argille azzurre, di conchiglie marine trovate negli scavi. E, a proposito di scavi, l'Amoretti nelle sue Osservazioni sulla collina di San Colombano, dice che scavando un pozzo in località di Val Bisséra, profondo centocinquanta piedi, si trovarono strati di salgemma e vene d'acque salate.

Il terrazzo, visto nel suo punto piú alto che è Madonna dei monti celebrata dal poeta futurista e milanese Paolo Buzzi, appare come un pacifico altare sulla vallata padana. Il senso mistico e religioso, aiutato dall'essere stata fino a ieri la villa del Vescovo di Pavia e d'un Seminario di abbati lodatissimi per pietà e dottrina, mi si rinnova ogni volta che ci torno come a un feriale e costumato luogo di vacanza; e m'aiuta a scoprire l'armonia del giorno, dal suo nascere al sereno tramonto. Come fu ieri; tanto per raccontare un'esperienza compendiosa e remunerativa.

Alla prim'alba, un vento scherzoso s'impennò nel cielo altissimo, soffiò dentro nuvoli violavescovo che vi restavan sospesi e pien di sonno; li prese a sberle, li stracciò in minutissimi cirri, disponendoli in geometrie docili, da parere un lavoro uscito dalle mani degli angeli che, al dire di san Tommaso « hanno una perfetta cognizione mattinale ». Chi ha dato al vento questa fantasia fiorita? Ludit. Gioca. Si diverte nei deserti dell'aria, nelle vie dei colori; crea prati ridenti di margherite, ravviva alfabeti dimenticati, segni di un'antichissima teologia scritta in cielo.

Poi, fu il sole. Vi gettò dentro la sua criniera giovane, e li fece squillare come una fanfara. Non c'era dubbio: era il saluto che anche quest'anno il colle dava all'ospite temporito; colle umile, villa in sottordine; insomma, un sitarello dov'è bello tornare ogni tanto per abituarci a essere modesti. Fiero, per altro, dei suoi diorami d'un garbo sapiente che, pur nelle cose, s'è spento con l'Ottocento.

Tutto si scioglieva in luce, in suoni di campane ripercossi dai villaggi sparsi sull'uno e sull'altro versante del crinale: San Colombano, Borghetto, Graffignana, Miradolo, Camporinaldo, Chignolo: allegria alla novità del mattino, al sole che anche ieri era nato. La gente - operai della prima ora - già sparsa nelle vigne a zappar giovani viti, a falciar erba nelle rédole segnate da ciliegi e da fichi: partita di frutta che fa San Colombano famoso sui mercati lombardi. Da un millennio i banini sono attaccati al bel colle, alle sue vallecole, benedette dalle statue di santi agresti : San Grato, Sant'Eurosia...; fedeli al pezzo di terra che è tutta la storia della famiglia, dei vecchi; storia di sudori, di risparmi, di vita esemplarmente frugale.

Lasciate indietro la Val Bisséra e Madonna dei monti, presi il sentiero che sale al Dosso del lupo e rasenta la Casa del melograno. Mi accompagnavano siepi di prugnoli, di more, di grattaculi, e odori di mentastri selvatici. Altre cose degne di nota, non mi pare; fuorché l'incontro con macchie di fiori romantici, e qualche bestia classica. I fiori erano il fior d'aliso e il tasso barbasso. Il celeste fitto del primo pareva appoggiarsi al giallo vivo dell'altro: due gridi abbaglianti. Nati cosí vicini per un'intesa segreta, per una civetteria, possibilissima anche tra fiori paesani e trascurati, tanto l'uno esaltava l'altro nella sua bellezza illesa. Raccolsi il loro saluto, e li lasciai lí per il cielo; i fiori sanno adorare. (La bestia classica era il solito asino; asinelli contenti che, gambe all'aria, con sonora cordialità gargarizzavano l'azzurro)

Un passo dopo l'altro, mi trovai alle spalle del castello che domina il borgo. Diroccato e cariato ricordo del Barbarossa, mostra ancora con qualche arroganza i suoi battifreni e le torri d'ascolto da cui le guardie si davan la voce, di notte, nelle lotte tra i Comuni e l'Impero. Passato, nel Trecento, ai Visconti, vi fu ospite per diversi autunni, il Petrarca, che ne cantò il vasto prospetto, il dolce silenzio, e la festante vendemmia, in una lettera a Guido arcivescovo di Genova. « Collis est uberrimus atque pulcherrimus medio ferme Cisalpinae Galliae, cuius in ea parte quam Boreas Eurusque percutiunt, castrum sedet Sancti Columbani nomine, late notum situ moenibusque praevalidum. Ima collisi Lamber lambit... »
E giunsi a questo Lambro. Calmo, silenzioso, gira attorno al paese, cingendolo di una chiara aria di festa. Dalla sua presenza il borgo piglia quel senso d'aperto, luminoso che circola per le vie, tra le case, sul sagrato. Niente più dei fiumi dà il senso della vita riposata, e, perché essi non invecchiano, si somigliano tutti. Mani in acqua, mi ricordai dei fiumi visti per il mondo: il Nilo, sulle cui rive ho sognato d'essere un servo di Mosè; il Giordano, corrente di profeti, nel quale a buon conto mi sono ribattezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; l'Isonzo, sul quale ho fatto la guerra, e una notte di settembre del 1916, straripando per un improvviso temporale, mi portò via la tenda; l'Adda, sulla cui bocca bambina, presso S. Giacomo del Fraele, ho gettato manate di genziane e rododendri; e il mio Ticino, pieno di '48.

Anche l'acqua in cui ieri tuffavo le mani, aveva il suo proverbio. Dice di dodici monaci biondi che, a guida del loro capo - Colombano - in epoche ancor barbare, vennero dall'Irlanda in Lombardia e, seguendo la bella ente, si fermarono qui; disboscarono, costruirono le prime case, piantarono le prime viti. Sicché, quando dopo mezzogiorno facendo colazione alla Trattoria della colomba, bevvi il mio mezzolitro, bevevo l'amabile sangue delle viti nipoti e pronipoti di quelle piantate dal Santo.

Poche terre danno senso di pinguedine come la piana di Lodi che intravvedevo oltre il Lambro; terra desiderabile, terra egregia che scorre acqua e sole. Ma il mio colle dietro le spalle mi richiamava coi versi dei suoi poeti. Perché, sul finire del Seicento, il borgo insigne ospitò un sodalizio di poeti conterranei (oh, non tutti immortali) che facevano capo a Francesco De Leméne, conte e magnifico signore_ del luogo. Un autunno, il conte vi invitò anche il Redi che venne dalla sua Toscana. Si fermò quasi un mese, voltando via pèccheri di questo buon vino, citato come « il nettare dei Santi ».

Finché, acceso nel canto, celebrò nel famoso Ditirambo l'amico e il suo dono: « il purpureo liquor di questo colle - cui bacia il Lambro il piede - e a cui Colombano il nome diede, - ove le viti in lascivetti intrichi - sposate sono, invece d'olmi, ai fichi ». Versi arcaici, arcadici, nati fatti per questa terra feriale e familiare, che non ha altra ambizione che quella d'esser lasciata com'è, con le sue vigne i suoi mercati e i suoi santi.

Di diorama in diorama, sopraggiunse il tramonto, sereno, a chiudere l'armonia del giorno. E fu subito buio. Cioè fu il solito manto scuro dell'aria su cui apparvero le prime timide stelle. San Lorenzo (era il suo giorno) fece l'appello. Vederle arrivare dalle loro favolose lontananze. Uno sgorgo, uno scoppio, un tintinno entusiastico, da temere che l'una incendiasse l'altra. Mi ricordai che la Bibbia, quando sono così tante, le chiama con immagine temeraria «la milizia del cielo». Il loro numero s'era fatto così grande, grande e vicino, che l'esile colle pareva sbigottirne e, anzi, scricchiolare sotto quel brucente peso di luce.